ARTURO FARINELLI.
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LA MORTE DI FAUST.
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1940. Regia Accademia delle Scienze, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Discorso del socio nazionale eccellentissimo Arturo Farinelli all'Adunanza solenne del 2 dicembre 1940.
Estratto da: Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, Vol. 76. 1940 - 41.
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ALLE AMICHE MIE CARISSIME, D'ALTO INTELLETTO E DI PURA ANIMA: LUCIE STUMM E GILDA GARINO CIAN.
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Nell'et cadente, poco meno greve d'anni del suo Faust, Goethe dava compimento al suo poema maggiore, la sua commedia umana, per cui ebbe pi di mezzo secolo pensiero e travaglio. Congedarsi dall'opera, il suo "ultimo mondo", come la chiamava, doveva costargli dolore. Si riconduceva ai tempi fervidi, di tumulto e di lotta, alle figure pi care a cui aveva dato vita, sparite ormai e via portate dalle ombre. Tutto un cosmo aveva abbracciato, tutte le gioie umane godute, tutti i dolori sofferti: "all die Schmerzen, die unendlichen, all die Freuden, die unendlichen".
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L'Odissea del suo eroe era sollevata a simbolo dei destini dell'umanit; il temporaneo s'era congiunto all'eterno; il particolare all'universale; il fuggevole all'infinito durevole. Gl'inferni, i paradisi, la sfera terrestre, tutte le alte sfere che Dante attraversava col volo audace, pur le aveva percorse Goethe con la fantasia accesa e la folgore dell'immagine. - Quando doveva raffigurare la morte di Faust un tremito l'assaliva. Quella fine, tragicamente concepita nella primissima creazione, che aderiva alla tradizione popolare, come ravvivarla, conciliarla con una redenzione avvenuta, il sacro lavacro delle colpe passate, il trionfo della natura umana rivolta non al male, ma al bene, per volont divina, il patto perduto di Mefistofele e la sua sconfitta?
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Non gli sono mancati dubbi, oscillazioni, vere torture. I diari, le lettere, le memorie e confidenze agli amici ne fanno fede. Ripensava agli affanni avuti per ricondurre Elena dall'oltretomba alla nuova vita. Sorrideva, ma con intima pena, ai suoi fantasmi rinascenti. Armonizzare le parti antiche con le ultime che chiudevano il dramma; immaginare, riprodurre l'assunzione dell'anima faustica, sorgente dalla fossa che il diavolo gli prepara; dai regni della terra passare all'azzurro dei cieli, gli pareva un adattare, con voluto accorgimento, non un vero creare. Quando il gettito spontaneo fallisce, la poesia si ordina, l'ingenuit  mancata. A volte, le difficolt si affacciavano insormontabili. Troppo del terrestre restava a Faust anche nella sua spoglia mortale, perch lo avvolgesse il celeste delle pure zone degli eccelsi spiriti. La grazia divina come poteva discendere al gran peccatore? Non erano forze estranee quelle che agivano per rendere puro quell'impuro, leggero il vegliardo alla salita?
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Nelle sfere dell'Altissimo vibrava solenne la sinfonia dei celesti all'aprirsi del dramma. Ora, riapertosi il cielo, per accogliere quel redento, dopo l'errare fatale nelle bassure della vita, altre note si insinuavano entro le armonie inneggianti l'opera inconsumabile della creazione divina. Una discordanza era minacciata. Alla fede antica evangelica doveva aggiungersi un simulacro di fede cattolica. E perch la scena dell'assurgere non desse nell'astratto e avesse plastico rilievo dovevano scegliersi, tra gli osannanti all'Eterno, figure ben marcate e fortemente delineate, altre creature angeliche, la Vergine, i Santi della Chiesa, quell'Empireo in cui l'alta mente di Dante si distendeva, remoto veramente allo spirito di Faust, che non conosceva rinunzia, umilt e piet cristiana, ma ambiva conquiste e poteri e domini.
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Alla coscienza del poeta quella trasfigurazione doveva apparire violenta, un sovrannaturale d'obbligo, che troppo contrastava con la realt raffigurata. La selva dei misteri si riaffacciava. Ed erano imposti i simboli altissimi che dovevano scaturire dalla poesia, fluente dalla vissuta esperienza, vinta, distrutta la morte, per il passaggio all'eterna vita, continuata l'attivit terrena negli arcani dell'al di l, prosciolta l'anima dalla sua fascia corporea, monda d'ogni colpa.
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 facile avvertire le screpolature, le aride zone, persino l'assurdo in questo miracolo di poesia goethiana dell'estrema et, i pericoli affrontati e non tutti superati nella grande fantasmagoria riprodotta, che doveva togliersi dal profano e arieggiare a un dramma sacro, o a un oratorio, a somiglianza dei sacri misteri e delle rappresentazioni che correvano in ogni terra per la Passione di Cristo. Di fronte all'incommensurabile e al trascendentale, sfuggenti al pensiero, non afferrabili alla fantasia, difficile era evitare le ombre e l'astruso.
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E il poeta, avvezzo a incidere nel concreto, sempre entro fasci aperti di luce, ne muove lamento. - Lo soccorrono figurazioni di sepolture e di assunzioni in affreschi e dipinti: opere di Michelangelo, di Rembrandt, di Murillo e di altri artisti. I Paralipomeni all'ultimo Faust, che traccia e accoglie e rifiuta, attestano questa sua ricerca affannosa, l'angoscia, la perplessit della scelta. E chi sa dire se non gli balenassero disegni propri dei tempi delle sue pi care bizzarrie e divagazioni artistiche, quando intreccia poesia, pittura e musica nelle scene estreme del dramma della trasmigrazione ai cieli del suo eroe?
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Singolarissimo il ritorno alle visioni dello Swedenborg, il "Geisterseher" che Kant derideva e che pur colpiva la mente del giovane Goethe, attratto dall'occulto e dal misterioso. I sogni estatici, gli arcani celesti, le secrete corrispondenze degli spiriti nelle zone eteree davano pascolo alla sua immaginazione. Era impresa disperata conciliare il mondo cattolico col mondo fantastico swedenborghiano. Goethe si concede ai suoi capricci, anche assorbendosi nei misteri eterni. E, come aveva creato arguto e aperto all'umore il suo Mefistofele, spande un legger riso umoristico sulle imprese solenni di purificazione e di liberazione dal terreno involucro delle sue creature di fiaba e di leggenda.
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Riattiva gli "infantes", i "selige Knaben", gi immaginati dal visionario Svedese, presto sottratti dal coro della vita, e bisognosi di esperienza ancora, per accedere all'ultima beatitudine, disposti ad entrare nelle pupille del Padre Serafico per vedere chiaro il mondo che, a loro, senza esperienza della vita verace, si sottraeva. Hanno cura di Faust, libero dalle impronte terrene e avviato ai nuovi destini. E Faust avr cura di loro, migrando agli spiriti eletti. Vedo un simbolo, che l'alta mente ordinava, non virt di vera poesia in questa scena di addottrinamento mistico, e comprendo le beffe che alle stravaganze goethiane faceva un critico, Friedrich Theodor Vischer, ch'ebbe brighe col nostro De Sanctis.
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Un principio di esultanza del genio del male al cadere di Faust, quando Faust grida l'arrestati al momento fuggente; l'ira e l'imprecazione mefistofelica al vedersi sfuggire la vittima che vorrebbe agguantata e condotta agli abissi: la sconfitta dichiarata dopo un principio di lotta, che rinnova il contrasto antico fra demonio ed angeli, sono di preludio al finale del gran dramma, in cui lo spento eroe, per virt divina, si risolleva alle regioni eteree, donde venne col sigillo divino. Salvo! - Gerettet! - E lo supponeva dannato nei secoli il volgo, che ne ricordava la vita audace di maga, di seduzione e d'incantamento. - Una vita che non si distruggeva e solo apparentemente si chiudeva. - Fedele al suo vangelo che nulla si annienta quaggi e nulla sparisce, che un principio di vita ordinata da Dio, dopo il passaggio terreno si riprende, al distacco dai beni labili e consumabili, e continua, foggiando e rifoggiando la sostanza spirituale umana, nel fluire inarrestabile della vita eterna, lanciata al divenire eterno, recando in s la morte la vita stessa immanente, via via trasformata e sublimata, il poeta attende a costruirsi il quadro della trasfigurazione dell'eroe.
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E immagina, tra i messi del cielo, l'ambiente sacro in cui dovr svolgersi l'assunzione miracolosa. - Non un tempio in cui si celebra e compie un rito, ma un aperto paesaggio, una natura vivente nel sovrannaturale delle alte sfere, immagine di una vita spirituale che dovr svolgersi, riflettente la vita terrena, e quindi in moto continuo, un correre all'eterno. La pace inerte, la quiete e la stabilit non sono di questo cielo apertosi all'eroe che si svincola dal terrestre e caduco. Un cielo che non s'adagia entro la sfera infinita, ma un cammino alle eterne alture, veramente, entro l'etere infinito. E l'assurgere tra gli spiriti e le pure essenze non  un premio che si concede a chi  assolto dalle colpe per le rette intenzioni ("Wer immer strebend sich bemht - den knnen wir erlsen"), ma condizione dell'esistenza stessa, lanciata al nuovo rifiorire entro le eterne spire.
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 parso a taluni che troppo speditamente avvenisse l'assoluzione e redenzione di Faust, non ottenuta a prezzo di sangue e di sacrifici, ma per virt d'amore. E rimpiangono la scena abbozzata dal poeta di un solenne giudizio sui buoni e sui malvagi, che all'alto si svolge tra le schiere angeliche guidate dalla Vergine, e di un appello fatto, in altra scena, da Mefistofele all'Altissimo, che sentenzia, tra Santi ed Evangelisti, sulla sorte di Faust: un giudizio che parrebbe suggerito dal noto affresco al Campo Santo Pisano e dalla Disputa di Raffaello, e che si escluse in seguito, come inadatto al poema. Un ricordo poteva frapporsi ad un quadro di Lucas Kranach che raffigurava un morente al basso e aleggiante all'alto l'anima abbandonata. I demoni accorrono perch non sfugga la preda.
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Tra nubi appare la Trinit che un coro di angeli circonda e acclama. - Quanti altri dipinti di Beati che ascendono, e Santi e Angeli e Madonne che troneggiano tra lembi e squarci di nubi, di Vergini accorrenti alle suppliche e invocazioni dei derelitti avr avuto famigliari il poeta, pittore lui stesso e ideatore di scene alpestri, degne di figurare come sfondo romantico al quadro dell'assunzione di Faust tra i celesti! N poteva ignorare Goethe come alle alte sfere si sollevavano i Beati di Michelangelo e gli eletti di Dante - "con quella fascia - che la morte dissolve, men vo suso". - Come nel frammento dei "Geheimnisse", Goethe immagina il legno della croce cosparso di rose, all'eroe, giacente nella fossa, concede una pioggia di rose venuta all'estinto come balsamo, arra di Paradiso, da un coro di Angeli, non credo sovvenendosi degli Angeli che spandon rose in un affresco orvietano del Signorelli.
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Coll'impulso proprio unicamente l'eroe goethiano, che non conobbe pentimenti e si macchi l'anima di colpe, venuto a morte, non verrebbe al suo Dio, e la salita ai cieli gli sarebbe stata interdetta. Gli occorreva l'appoggio delle divine schiere e dei penitenti, il sostegno della grazia, che dischiude l'Olimpo all'alto. Il poeta s'indugia sui particolari dell'ascesa, che mai dovr considerarsi come fedelt, aderenza e ubbidienza ai dommi dell'una e dell'altra Chiesa, ma che  poeticamente immaginata e solo importa come alto simbolo. "Alles Vergngliche ist nur ein Gleichniss". La natura dell'uomo che aspira a sempre maggior perfezione  da Dio benedetta. Discesa da lui, a lui risale, perch sia raggiunta la primitiva dimora. Dicevo in un mio discorso sul Pensiero dell'eterno goethiano: "Ciechi sareste, se non riconosceste in tutto il riflesso e lo sfavillo dell'altissima luce, la traccia divina lasciata in tutto, anche al morire, per riprendere la vita che s'immagina spenta al lasciare la spoglia terrena.
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 la volont divina l'unica che impera, la legge divina che si foggia la legge umana. E l'uomo non si arroghi di disporre senza il consiglio divino. Opera di Dio, suona il memento di Pandora: condurre all'eterno bene, all'eterna bellezza, 'leiten zu dem ewig Guten, ewig Schnen'. Da Dio veniamo, a Dio ritorniamo. E, se Dio si faceva uomo, solo per sollevarlo a s compiva il miracolo. - L'amoroso concatenamento tra la sfera umana e quella celeste segue indisturbato e solenne negli abissi dei tempi. Simile all'acqua il destino dell'anima umana.
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Dal cielo viene, al cielo risale, e di nuovo si abbassa alla terra, con eterna alterna vicenda. - Non v' poeta che come Goethe insista sulla penetrazione e fusione del reale e dell'ideale e la necessit di stringere in vincolo indissolubile il mondo superiore al mondo terrestre, il di qua della vita coll'al di l, allargando il finito all'infinito, il temporaneo all'eterno. Si eternizza il tempo cos, come si eternizza lo spazio. E si riallaccia il passato col presente e le et che verranno. Tutte le et che trascorsero premono come onde sui periodi di vita che via via si succedono".
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Caduto, disfatto il terrestre,  lo spirito che eterno rimane e che luce senza fine. E svolge la sua attivit, compie la sua missione anche lass, nel trasformarsi o divenire senza posa. - In tutta questa creazione cosmica portentosa  palese un aspirare e tendere all'alto, l'anelito a intensificare e sublimare l'esistenza con uno sviluppo superiore. All'alto - all'alto  il grido insopprimibile che esce dalle viscere di ogni creatura del mondo animale come del mondo vegetale. L'udite prorompere dal cuore del Ganimede goethiano:
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Hinauf strebt's.
Es schwellen die Wolken
Abwrts, die Wolken
Neigen sich der sehnenden Liebe.
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Quando, in tarda et, il poeta del Faust soffriva di una convulsa passione d'amore, quale altro rimedio al lacerante affanno poteva venirgli che seguire questa spinta dell'anima e abbandonarsi alla forza divina che solleva all'alto, alla purezza dei cieli? - Ci daremo noi mai ragione di questa imperiosa forza che agisce, perch sia purificata, nobilitata, sgravata da ogni mortal peso la vita? L'arcano potere che ci muove a sollevare al cielo lo sguardo, "forschend und sehnend", come scriveva Goethe all'amico Karl Mller, sentendo profondamente in s la virt di essere cittadino di quel regno spirituale? - Qui in questo regno dovr portarsi Faust, traendo con s per la vita inconsumabile, che  sguito e complemento eterno alla vita di quaggi, il meglio del suo interiore, "das Beste seines Inneren".
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Gi all'esordire della creazione pi fervida, quando sollevava e animava audace i suoi mondi, con lo slancio e l'ardore di un Prometeo, Goethe aveva in cuore questa fede. E, a quei tempi, gi immaginando il primo Faust, dopo un abbozzo di scene infernali, meditava la gloriosa fine, la salvezza suprema, la suprema assunzione del caduto eroe. I primi pensieri si ricollegano ai pensieri estremi. Le scissure, le oscillazioni erano inevitabili. Restava l'idea animatrice anche ai frammenti incompiuti. L'organicit dell'opera era assicurata. Sorta, nel primo aprirsi alla luce, l'aspirazione alle vette dell'umanit e alle altezze dei cieli, giammai si estinse.
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Dissi altre volte: "Era chiamato all'alto, e, come da invisibil coro delle alte sfere, ad ogni affanno premuto giungeva la voce confortatrice. Lo sguardo era spinto in su per queste alture, ove raggiava l'eterno, e l'aere si faceva puro, nunzio della serena dimora, la patria vera, la patria ultima, al termine del tragitto terreno. Il poeta, che aveva cos saldo il piede sulla dura zolla,  pur colui che addita instancabilmente il cielo, ove l'uomo si eterna, il cielo, donde traemmo origine e dove i destini veri avranno il loro compimento. L'azzurro! L'etere! Quante volte l'etere ritorna nell'evocazione goethiana pi commossa! L'etere, pi chiaro e puro nel cielo d'Italia che nei cieli nordici, lo ristorava. Si inebria alla luce delle sfere pi sollevate. Etere e richiamo all'eterno sono una cosa.
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Il grave fantasma di sogno cade, portandosi lass con le ali del desiderio anelo. L'impuro si distrugge. Il volgare si allontana. Il bel volto di Elena, rimasto a Faust, al disparire della donna eccelsa, aiuter l'eroe a sollevarsi, 'rasch am Aether'. Gli cadranno le scorie e brutture; e rester solo in lui quello che pi puramente si accese nell'anima, quando, per sorreggerlo e sollevarlo a Dio nelle altezze dei cieli, riapparr, mossa da piet e d'amore, la fanciulla del cuore, riflesso divino della bellezza eterna, che su e su trasporta, 'in den Aether'. - A quante di queste assunzioni negli spazi eterei ha dato vita il poeta!"
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Al lato di Pandora doveva sollevarsi Epimeteo, giungere, rifatto, con lei, al regno della bellezza eterna. E gi in una visione goethiana di Torquato Tasso  immaginato questo trasfigurare e portare all'alto di una messaggera dei celesti, gi discesa, per prontamente risalire, sollevando a s "den Sterblichen". S'apre l'azzurro lass; le nubi ondeggiano e soavemente si chinano "der sehnenden Liebe". - "Le Vestali del sacro fuoco d'amore sono all'opera sollecite per sollevare i mortali all'altissima scala. E, come la terra non vive che di sospiri al cielo, il cielo, col riso divino, si abbassa alla terra supplichevole. E una sfera unica pare che inglobi il creato. - Il libero etere delle immense distese celesti  simbolo della libert spirituale, a cui deve pur tendere ogni creatura che ha impronta divina. Fendere i nembi, trapassare l'etere, posare lass in grembo a Dio! Werther muore, sol pensando che lo premer al cuore Iddio. E avr da lui il respiro dell'eterno amore".
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La grande adunata dei Celesti, ove impera la Madre gloriosa soccorritrice, pronta all'oblio delle colpe e a fugare le tenebre ai mortali che vissero nell'errore, inclinando per spinta fatale al bene, aspirando all'alto, quest'adunata solenne coi cori angelici che s'alternano, le voci e gli inni che annunciano i prodigi e i misteri delle sfere di Dio, le saggie massime e sentenze dei Santi Padri, lo stupore e le estasi degli eletti, i ricordi alla vita fuggente, gettati in quei domini dell'eterno, i solenni Mementi, il cantico all'eterno amore che redime, le suppliche, le preghiere che si sciolgono, tutto si manifesta in uno scenario fantastico che  nella immaginazione del poeta e ha l'aspetto di uno scenario d'opera. E all'opera arieggia la fine del gran dramma, saturo di motivi musicali, subito rilevati e sviluppati, col soffio ricreatore dell'anima propria, da artisti sommi: Schumann, Richard Wagner, Liszt e altri.
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A un mistero che si svolge e si riproduce nelle sfere, a cui l'intelletto nostro non accede, non richiederete la consistenza e virt logica del reale e visibile. Il trionfo eccelso della vita sulla morte  pure un trionfo della fantasia sulla ragione. E, come non vi aspettate la fede invitta, la sublimit di Dante nella rinnovata visione dell'accolta dei Beati, appena vi sorprender un riflesso del mistico ardore, delle luci sfavillanti del Paradiso dell'austero credente, esulato veramente dalla sua terra e ramingo nei suoi cieli. La figurazione di Faust redento e assunto ai cieli  fatta simbolica. L'immagine tradisce l'idea. - Un moto eterno, che seconda il perpetuo fluire della vita nei puri altissimi spazi ciel cielo, un avviamento al cielo, che non d n riposo, n sosta, non il cielo della placida beatitudine e della raggiunta perfezione.
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Anche la natura, che ha solo sembianza di un fenomeno esteriore, si anima, si spiritualizza nel dramma; rivela l'universale spingersi all'alto. Il paesaggio  ideato tra roccie, scoscendimenti e elevatissime cime: fitti boschi, cavit paurose, una selvaggeria di luoghi, ove solo gli anacoreti hanno rifugio per le solitarie meditazioni. E gi precipitano turbinose le acque. Non vi sar chi le arresti. Immagini di vita tra abissi che distruggon l'inerzia e sferzano lo spirito alla salita.
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Altra fantasmagoria che s'aggiunge, in cui  probabile si frammettano reminiscenze di descrizioni fatte del Montserrat, il sacro monte della Catalogna, che dai pi si  capricciosamente identificato col Monsalvach, il monte di salvazione leggendario del Parsifal, e ricordi di scogli fantastici e di burrascose onde a Helgoland, di cui narravano i cultori delle scienze naturali che vi convenivano; e ancora - la dottrina dei critici e chiosatori mai non si arresta ed  inesauribile - un riflesso di un quadro di appartati e selvaggi luoghi scelti da eremiti Tebani della scuola giottesca nel Camposanto Pisano, di cui Goethe conosceva un'incisione.
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Non s'indicava dagli arcangeli cantanti le glorie eccelse di Dio nel Prologo in Cielo, che preludeva all'Odissea di Faust, lo stridere delle tempeste tra scogli e sui mari, l'alternare dell'orribil notte alla fulgida luce di paradiso, lo scroscio dei fulmini che devastano e che pur sono immagini della potenza divina, sempre in armonia col placido trascorrere dell'Altissimo nell'eterno chiarore del giorno?
Su questa natura in fremiti troneggia calmo Iddio. E corrono rosee e leggere le nubi e indorano le cime dei pini ondeggianti, nunzi di un giorno sereno che accoglier il nuovo eletto, libero dalle colpe, salvato dalle bufere, portato dalle invisibili ali d'amore alla reggia dei celesti, pur lui un favorito di Dio, "ein Gottesliebling", a cui, implorata appena, scender la divina grazia e il dono eccelso del divino amore.
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Se il mondo ha vita e si agita la terra e si muovono le stelle nelle orbite eterne, tutto avviene per opera d'amore, dell'onnipossente amore, "die Liebe, die alles bildet, alles hegt", l'amore che, nella "Natrliche Tochter" goethiana, si celebra come forza che conduce l'uno al Tutto, il presente all'eterno, il fuggevole al durevole. N mai si stanc il poeta di Gretchen, di Lotte, di Clrchen, di Mignon, di Ifigenia, di Ottilie, di Makarie, di inneggiare all'Amore che apre le chiuse porte dei cieli, e breccia alle meraviglie maggiori, e fa che nel finito pulsi l'infinito, e sia l'amore l'anima, il respiro di tutto l'essere.
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L'amore di Faust per Gretchen era conquista spavalda e frangeva il cuore; conduceva alla colpa la povera e candida fanciulla.  lei sola Gretchen che espia, lei sola a portare la croce del martirio. Ma trasmigr redenta e si colloc tra i beati, al lato delle penitenti. Un tremito dell'antica passione ancora si annunzia entro le sfere serene dei contemplanti la pace e l'armonia divina, il palpito del dramma d'amore e di morte che umanizza la solennit del sacro e getta la favilla del reale nell'alto simbolo. Si riaffaccia assolto l'antico amante, "der frh Geliebte", che non ebbe mai contrizione e cos misera la rese. L'amore fuggevole si fece eterno.
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Dio lo benedisse e concesse la divina impronta. Con quest'amore, "die Liebe von Oben", e la virt redentrice, trasfiguratrice del femminino eterno, Gretchen aiuta a salire a maggiore altezza, e fa che Faust sia accolto tra le schiere degli eletti, rivolta appena la preghiera alla Vergine, che sa i dolori umani, si china agli afflitti e si arrende al potere supremo dell'anima. - Chi mi rinfaccia come sacrilegio aver ricordato come presente alla mente di Goethe la preghiera di San Bernardo, perch la Vergine intercedesse e togliesse a Dante "ogni nube di sua mortalit", "s che il sommo piacer gli si dispieghi", ignora come io ben comprenda lo spirito differentissimo delle due invocazioni e operi non mai rozzamente nei miei raffronti. Pure dal De Sanctis era ricordata questa preghiera stessa. Indugiare sulla natura diversa delle suppliche, commoventissime entrambi, era un perditempo.
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Una rimembranza dolce di una felicit goduta, ahim troncata nel sangue, un messaggio d'amore nelle sfere eteree ove la vita si sublima e raggia l'eterno, il battito pi verace dell'anima. Ci sovveniamo dell'immagine di Elena apparsa a Faust nella solitudine delle alte cime. Quella figura d'incanto "die holde Form" si affina a "Seelenschnheit" - "Des tiefsten Herzens frhste Schtze quellen auf". Breve  la visione. L'alta donna scompare su e su sollevata nell'etere.
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Il poeta tace sulla natura e struttura dei lontanissimi mondi a cui approda la salita di Faust, dopo la morte terrena e il convegno dei celesti e la discesa dell'amata nella gloria mistica che raffigura. Instancabilmente aveva rivelata la sua fede nell'indistruttibilit della vita, perch cosa divina, e perch vedeva impresso il sigillo eterno di Dio in ogni creatura terrena e moritura. La personalit stessa, il nucleo della sostanza umana doveva passare anche all'essere immortale. Purch, scriveva Goethe alla Stolberg, un decennio prima di spegnersi, purch l'eterno ci sia presente ad ogni istante, l'immortalit ci  assicurata.
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E gi a 30 anni Goethe sentenziava che lo spirito giammai si potr frangere e annientare, che i destini umani avevano quaggi solo un inizio e dovevano continuare necessariamente oltre i lidi di morte. Nella trasformazione infinita, poich tutto  lanciato nella fiumana scorrente del divenire, l'individualit, quella "geprgte Form", la forma plasmata, che si sviluppa vivendo, resta; non v' tempo e non v' forza o potenza che la distrugga; e resta, oltre la soglia, l'attivit assegnata al mortale per una vita nuova che si intensifica.
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Nessun essere si discioglie nel nulla. L'eterno circola in tutto. E vano sarebbe ogni prodotto dell'energia umana senza una continuazione della vita nell'al di l. Vana  la missione che ci  assegnata e che  dovere di adempiere, se non avr sguito in altra missione che incombe all'esistenza umana depurata che si eternizza. E, come la natura, nelle sue fasi di sviluppo, sempre si trasforma e tende alla perfezione, l'uomo, similmente, muta e si rifoggia senza mai tregua, e aspira a un'essenza superiore, pur non alterando il marchio d'origine, la primitiva sostanza. Il destino di Faust  destino nostro e dell'intera umanit nel volgersi di tutti i tempi.
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Ma, come immagineremo le sfere, i mondi in cui trascorrer, giammai inerte, la faustica vita entro gli eterni giri? Come Kant, il poeta doveva pur sentire e confessare che ove la ragione cessa e s'infrange, la fede subentra. Ed  temerariet e follia investigare l'ininvestigabile, attentarsi agli ultimi misteri sfuggenti ad ogni esplorazione. Gli editti divini non si scrutano. Non si toglie il velo alle cose occulte che Dio pose. Si ammutolisce al miracolo; il pensiero tace. E l'acquetarci, il venerare ci  imposto. Possiamo comprendere come non si desse pensiero Faust dell'al di l, di quel "drben", "ber Wolken" inesorabilmente sbarrato al nostro sguardo, e risolvesse di porre ben saldo il piede sulla sua terra, limitando al terrestre la sua cerchia d'azione.
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Per la troppa preoccupazione di un al di l, tutto mistero e fuori della nostra esperienza, diceva Kant, perdiamo la visione del presente che ci incalza e ci estenuiamo di forze. Non  irreligiosit,  saldezza di convinzione che il tragitto umano deve compiersi con l'impiego di ogni nostra innata energia, senza idee di premi o di compenso, solo per obbligo morale, per dovere imprescindibile, e per non fallire nella meta che ognuno deve prefiggersi. - Faust ha in s quel Dio che mai atterra e sempre suscita e che lo porter tra lagrime e dolori e affanni e disinganni acerbi al varco estremo in cui la suprema volont sar manifesta. E la Provvidenza agir, perch nelle sfere eterne, sgombra di pene, lavata di colpe, continui trasfigurata la vita battuta in terra. Perdere ogni gravezza di peso, assottigliarsi a spirito, elevarsi nelle zone eteree  opera dei celesti, che ordinano l'uscita dal carcere terreno e vigilano la salita.
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All'occhio del poeta, intriso di cos vivida luce, tutto acquista immagine dell'imperituro, di cosa impossibile ad arrestare nel suo graduale sviluppo. A Goethe passava la teoria leibnitziana delle monadi indistruttibili e inconsumabili, quella dottrina che gi era apparsa nelle credenze antiche. L'avvertivo nel discorso sull'eterno in Goethe che pi volte qui ricordo. Dottrina singolarissima che si congiungeva alla fede di una missione divina affidata all'una o all'altra stella, determinante il secreto della futura destinazione, la spinta fatale che spingeva all'aria, all'acqua, alla terra. Troppo radicata era nel poeta la fede nella virt e nel potere delle stelle, condivisa da Herder e da molti contemporanei, da riuscire a sradicarla dall'anima, come riusc Kant, sorridendo alle fantasie proprie giovanili esposte sui moti e le orbite dei pianeti, gl'influssi stellari e le immaginate trasmigrazioni delle anime. Nel pensiero goethiano il gran mondo di stelle splendeva perch si custodisse all'alto il sacro e perch la rivelazione divina restasse fulgente nei cieli. Veramente, Goethe poteva immaginare che lass, tra i mondi fiammeggianti, risiedessero i destini umani, che lass si foggiassero le leggi eterne e avessero forza lass i segni divini, gl'indizi della nostra immortalit.
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Sembrano tacenti le stelle all'assunzione di Faust su e su nei primi cieli. Amorevolmente le involge l'etere sereno che solcano leggere le nubi dorate, mentre negli spazi echeggiano le voci, gl'inni, i cantici dei messi divini; e ancora si gridano le glorie delle armonie supreme volute dal supremo Creatore; e guizzano e si distendono le note della celestiale sinfonia. Attendono che giunga a loro il redento che comp l'opera terrena. E aprir varco quella tra loro, trascelta, per decreto divino, perch conceda l'ultima e immutevole dimora all'eroe che vi giunge rifatto e trasfigurato, pronto a riprendere la vita, solo in apparenza spezzata dalla morte.
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L'inconcepibile  qui avvenuto - "Das Unbeschreibliche. - Hier ist's getan", ammonisce il coro mistico. Il poeta, che gett in mille massime e sentenze i granelli d'oro della sua sapienza, sdegna i succhi morali nel cantico estremo, anche sollevando la poesia ai simboli altissimi. Ma tutta l'opera sua grida il Memento pi solenne ad agire, a vivere intensamente questa vita che ci appare fugace quale sogno. Sdegnare le energie che natura ci concesse  delitto. E non  concepibile raggio di serena vita senza l'attivit incessante. Il secreto dell'esistenza sta tutto nell'azione; nell'azione che riempie ogni vuoto dello spirito, e sempre lo fortifica, e non conosce limiti di morte, non una sosta, non una fine, l'intoppo ad uno sviluppo progressivo, tendente ognora all'esistenza pi alta, l'"hchster Dasein".
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 la fede robusta che si palesa nel "Faust", come nei "Lehrjahre" del "Wilhelm Meister", sentita nelle viscere e non pietrificata a domma, la fede che mai distoglie dalla via dell'ascendere. - Lo spirito attivo non conosce nessuna morte; opera di eternit in eternit, simile al sole che solo ai nostri occhi terreni par di tramontare, ma che, in realt, sempre risplende e mai non tramonta. Accusavano di irreligiosit il poeta, che aveva aperto innanzi a s l'ampio tempio della natura per la sua devozione e il suo culto, e si animava del pensiero platonico, portato da lui a nuova vita e a continua rimeditazione. E Goethe risponde con un leggero sorriso, e placa le ansie, scioglie i dubbi dell'amica Stolberg e dei suoi fidi, lo Zelter, l'Eckermann: "Procuriamo di agire con zelo continuo, finch, chiamati dallo spirito del mondo, ritorniamo all'etere.
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L'eterno vivente non vorr allora rifiutarci altre nuove attivit, analoghe a quelle che gi si sono svolte e esperimentate. Se gli piacer di aggiungere un affettuoso e paterno ricordo a quanto di buono e di giusto gi qui volemmo e facemmo, certo, entreremo ancora pi rapidi nell'ingranaggio della gran macchina del mondo. La monade nostra deve passare di attivit in attivit, per conservarsi. Assumendo un'altra natura non le verr a mancare un'occupazione nei giri eterni del tempo". - Da questo concetto dell'attivit Goethe deriva senza mai flettere la convinzione di una durata della vita senza fine. "Poich, dice, se io produco instancabilmente sino alla morte - wenn ich bis an mein Ende rastlos wirke - la natura ha un obbligo di assegnarmi un'altra forma dell'esistenza, allor che il mio spirito non sar pi in grado di mantenere quella attuale".
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Pi adunque di Faust il suo poeta si preoccupa dell'al di l, con ferma fiducia di entrarvi risoluto e prosciolto di pena, accostandosi al suo Dio. - La sua terra non  certo remota dal suo cielo; il di qua della vita non in tutto opposto all'al di l che ci sgomenta. E ad amorevolmente congiungere le due sfere che si contrastano, a estinguere il disaccordo, a porre l'umano nel cuore del divino, Goethe si adoper un'intera vita. Il solido lavoro dei giorni terreni in questa nostra sembianza di patria ci  garanzia immancabile per l'eterno durare e operare nella patria vera che  lass. Non vi sar smarrimento, ma acquisteremo nuovi beni, ci faremo migliori. Poco meno di un decennio prima di spegnersi il poeta scioglieva il suo inno al divenire: "Quello che innanzi non esisteva, ora si dar e briller a un sole pi puro e pi fervido; in nessun modo rester nella quiete inerte" - "in keinem Falle darf es ruhn".
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Non pare che la fede goethiana sia acciecamento e delirio. Altre concezioni della vita, del mondo, del divenire senza posa si sono seguite e seguiranno nel mutarsi dei tempi, nel succedersi delle schiatte. Ma, in tempi di sfiducia, a ogni minaccia di un crollo di speranze e di ideali, a Goethe si ritorner, per attingere forze e conforto, piena fiducia nel valore della vita e nella bont e inestinguibilit delle energie umane.
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Tante amarezze, tante angosce, e lagrime, e un dilaniarsi del cuore, e troppe volte il sacrificio, la rinunzia a quanto ci  di pi caro - i drammi, le tragedie goethiane s'immergono tutte nel dolore e gridano l'Entbehren - l'Entsagen beethoveniano - eppure si esce vittorioso alla palestra della vita che perpetuamente si rinnova, si esulta al fremito eterno di questo oceano immenso di vita, si grida morte alla morte stessa, giammai in grado di esaurire le fonti dell'eterna esistenza, si inneggia al fluido divino corrente in ogni cosa creata, si benedice la terra - "schne Erde" - "ssses Leben". Veniva a morte la duchessa Anna Amalie di Weimar e Goethe scriveva della donna amata quello che di lui possiamo affermare: " il privilegio delle nobili nature di rendere benefico il loro sparire nelle regioni pi alte, quanto il loro soffermarsi sulla terra, e di rischiarare l'umanit dalle loro alture, simili a stelle che ci guidano nel nostro cammino".
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FINE.